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aaaaaaaugh!
come l'urlo di charlie brown quando non riesce a calciare la palla da football. mi chiamo stefano, ho 34 anni, faccio il giornalista, abito a varese. insomma, niente di che. per farla breve, qui trovate i pensieri sparsi di un tizio qualsiasi. roba spartana, perchè ho poco tempo.
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| giusto perchè... |
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[varie]
...se no mi cancellano il blog. vandali, sotterrare così una parte di me! la maledizione di topo gigio vi colpirà!
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| spàppari, imo! |
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[charlie brown]
superata quota diecimila. dall'8 maggio 2004, giorno in cui ho aperto questo blog, ho ricevuto visite a cinque cifre. non posso certo definirmi una blogstar, perchè c'è gente che ha statistiche quadruple. però è lo stesso un bel traguardo. ringrazio tutti quelli che hanno perso un po' del loro tempo leggendo le mie cavolate. ringrazio chi è stato assiduo e chi è passato per caso di sbircio. ringrazio chi è stato benevolo e chi è stato malevolo. ringrazio chi mi ha linkato e chi ha sopportato che lo linkassi senza querelarmi. ringrazio, chiaro, anche iobloggo per l'ospitalità squisita. un'esperienza per la quale ho poco tempo, ma divertente. da un po', però, il caro iobloggo lamenta evidenti problemi tecnici che rendono difficile a me la scrittura e a voi la lettura. a tratti ho avuto l'impressione che i gloriosi server andassero a pedali o a criceti. ci ho pensato un po' e poi ho deciso di traslocare su un'altra piattaforma, che spero sia un po' meno disagevole. mi troverete qui è un blog diretto discendente di questo, che ne raccoglie esplicitamente l'eredità. qualcuno di voi, più scaltro o più fancazzista non so, mi ha già sgamato nella nuova "casa" e ha letto in anteprima il discorsetto di benvenuto (scemo io che l'ho lasciato online: ma le gaffe sono come l'aria per il vecchio ciccio ). gli altri clicchino, traslochino pure loro e magari cambino l'indirizzo del link. un'avvertenza. di là si era già registrato un altro ciccio: chiaramente un impostore comunista che vuole portare nella blogosfera terrore, miseria e morte . così mi son dovuto loggare con un nick leggermente diverso, ma ugualmente emblematico. ciarlibraun resta il punto di riferimento: c'è bisogno di specificarlo? il template è meno originale, ma col tempo prenderà adeguata forma personalizzata. questo blog rimarrà comunque aperto, perchè ci sono affezionatissimo, testimonia una fase non breve ed è giusto che resti a disposizione, di chi lo vuol leggere e anche di chi l'ha creato. grazie ancora a tutti, ci si vede di là. ehi, ho detto di là: mica nell'aldilà. 
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| in morte di don giussani |
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[linus]
è morto don luigi giussani. ne ho un ricordo vago come professore alla cattolica: seguii un suo corso, un amico ciellino mi trascinò anche a un raduno di studenti in un'aula che, pur abbondante, faticava a contenere tutti gli entusiasti convenuti. all'epoca capivo poco di cl, ac et similia: non mi avventuravo nella comprensione delle rispettive posizioni, non sapevo nemmeno che fossero così distanti. ma mi bastava vedere lo spirito di corpo, l'autoreferenzialità, i tratti integralisti per voltarmi disgustato e andare altrove, consapevole che quel posto e quell'ambiente non facevano per me. non posso dare un giudizio su giussani. di sicuro è stato un uomo intelligente e una guida carismatica. di sicuro ha amato il Dio di cui parlava, la fede che professava, la fratellanza che insegnava. di sicuro ha segnato un'epoca e tante giovani vite. però. però a pelle i ciellini mi stanno sul gozzo. meglio: mi sta sul gozzo cl con i suoi dogmi, la sua chiusura, le sue tendenze borghesi. mi spiego. ho molti amici ciellini, che sanno come la penso e coi quali ci rido su di gusto. io non trovo positiva la declinazione del messaggio cristiano che si trasmette da lì, non trovo positivi nemmeno i personaggi che rappresentano il movimento. mi sembra un colossale ambaradan in cui la fede è una buona scusa per passare ideali e parole d'ordine sinceramente lontani dal puro messaggio evangelico, al limite della strumentalizzazione e a volte anche oltre, per fini decisamente terreni. non so se giussani si sia reso conto che la sua creatura, legittimamente nata e sapientemente cresciuta come modo nuovo, comunitario e coinvolgente di vivere la sequela di Cristo, col tempo è diventata veicolo di potere e di denaro, organico a determinate lobby politiche ed economiche che vi hanno ricavato rispettivamente voti e affari. lo so, sto dicendo cose forti: ma mi piace esser chiaro e non amo i giri di parole. trovo tutto ciò poco evangelico. forse ho letto male le scritture, ma non mi pare che Gesù andasse dai potenti e dai ricchi. non mi pare che frequentasse con piacere scribi e farisei. non ricordo di aver letto sue amicizie con leader e magnati. Cristo parlava ai poveri, agli ultimi, ai disgraziati, agli affamati, alle prostitute. Cristo non era ambizioso nel senso che noi comunemente diamo all'aggettivo. in questo, credo che cl abbia mancato: per questo, credo che l'esperienza di cl abbia avuto una deriva che andava evitata. non ho conosciuto direttamente giussani, ma ho abbastanza elementi per sapere che il modus vivendi ciellino non mi può star bene. gli sia lieve la terra e amico il cielo, e magari da lassù illumini i suoi seguaci (brutta parola, ma è quella giusta: e questo spiega molte cose) perchè ricomincino a mettere in evidenza, nel loro carisma, l'approccio amico a chi non ha al posto dell'approccio a chi ha. un comportamento che non porta voti, non dà poltrone né ricchezza materiale, ma che forse è più autenticamente e disinteressatamente cristiano.
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| antipodi |
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[charlie brown]
non vale. a nome dell'associazione italiana fratelli burberi, che mi onoro di rappresentare in qualità di segretario eletto per acclamazione, protesto. non è giusto: periodi come questo sono un attentato alle nostre virtù. mercoledì scorso mia sorella si è laureata, e ho speso qualche lacrima. venerdì parte per l'australia. scrollo qua tutto il magone che pian piano nasce e cresce nell'anima: quando hai delle scadenze fissate da tempo pensi sempre che tanto manca ancora molto, poi quel molto si assottiglia e alla fine ti assale il panico della realtà che da futura si fa presente. meglio scriverne adesso, quando ancora i due neuroni che ho in testa connettono: magari mi esce qualcosa di sensato. allora avrebbe senso che fuori nevichi: magari tifa per questo il cielo carico, arancione, di stasera. parte e non è come l'altra volta. bruxelles è a un'ora e qualcosa di aereo. quelli che raggiungerà ora sono gli antipodi, a una giornata di viaggio e non so quanti fusi orari. lascia il nostro inverno e raggiunge l'estate dell'altro emisfero, toccando una delle terre più affascinanti e misteriose del pianeta. vedi tu le coincidenze: da piccolo ero letteralmente suggestionato dal sapore esotico dell'australia. leggevo libri, guardavo documentari, tra me e me architettavo stregato avventurose e improbabili fughe proprio laggiù. per il mio compleanno, sarà stato il 13° o giù di lì, mi feci regalare un librone pieno di fotografie che divorai avidamente. pensavo con ingenuità adolescenziale che quella terra strana fosse nel mio destino: non mi sbagliavo. è che a volte il destino agisce di sponda, quel simpatico fetente. non so, è una sensazione strana. fa bene ad andare: è un'esperienza che la cambierà, la migliorerà, la farà crescere. è un'occasione unica per vedere luoghi diversi, lontani, speciali. fa bene: però ci mette a dura prova. mamma, che stravede per lei, si sentirà drammaticamente sola e so già che venerdì, alla meglio, consumerà un tir di kleenex. papà la accompagnerà all'aeroporto e come al solito soffrirà in silenzio, è il suo modo di celebrare distacchi e momenti così. ma poi so che a tutti e due mancherà qualcosa, che il vuoto sarà grande, anche se lei fa bene ad andare. e io? io esorcizzerò pensando alla casa. poi andrò via anch'io, ben più vicino, ma comunque via. credo che per i miei non sarà facile fino ad agosto, quando mia sorella tornerà dopo 6 mesi di meritati stage e vacanza. magari non troverà più la nonna, che da anni giace nel letto, presenza silenziosa e assente eppure incredibilmente pregnante, lei che della matriarca non ha mai avuto né il carisma né il phisique du role. la nonna è la persona migliore e più importante della casa, sta aspettando in silenzio che il nonno la porti con sé. dentro di me spero che questo succeda quando mia sorella sarà già di nuovo qua, perchè sarebbe impossibile per mia madre reggere la sua eventuale morte senza di lei. so che andrà così: ho sempre pensato che nonna e nonno sanno quale sarà il momento migliore per dire arrivederci, lei starà con noi finchè il suo silenzio servirà per dire qualcosa. non so, è una sensazione che i fratelli burberi non dovrebbero mai provare. è un insulto alla categoria, accidenti. mi guardo dentro e scopro che trepido. non abbiamo mai avuto e non abbiamo un rapporto non dico bello, ma almeno normale da fratelli. eppure mi avvicino al giorno fissato avvolto in una sensazione di rassegnata ineluttabilità, come se questo dovesse accadere perchè è giusto così. e quella che va a verificarsi è una bella cosa, certo. però non si fa, due eventi epocali in dieci giorni sono troppi.
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| 110 e lode (il genio è mia sorella) |
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[schroeder]
la sveglia prestissimo, senza bisogno di aprire le finestre, tanto è buio e non c'è niente da vedere. persone assonnate e frenetiche che come robot celebrano i riti quotidiani a un fuso orario diverso dal solito. la tensione che tutti nascondono ma nessuno evita. la stazioncina di periferia coccolata dalla luce tenue dei lampioni, tra zombi pesti che sperano di rimpinguare sul treno il sonno interrotto. voci sommesse, sguardi da bloodhound, la solidarietà tra sconosciuti che vivono lo stesso destino di pendolari. il viaggio cercando fuori dal finestrino i punti di riferimento di allora: qualcuno c'è ancora, qualcuno no. per esempio, dove si vedeva una desolata terra di nessuno dall'aspetto quasi lunare hanno costruito moderni capannoni. i paesi che si succedono, ognuno più chiaro del precedente. si va verso sud, si corre incontro all'alba, spettatori del risveglio dei piccoli mondi attorno. il tizio di fronte ascolta l'ipod e ogni tanto risponde al cellulare: mannaggia, tutte donne e lui le chiama per nome: cortesia o orgoglio, non so. ripenso al gelo delle carrozze d'inverno, o all'atroce condanna degli scaldini fetenti: non so cosa fosse peggio, non l'ho mai stabilito. ripenso alle risate con d., compagno di studi della prima ora: coniavamo esilaranti tormentoni che lenivano stanchezza e rassegnazione. milano, quanto la amo anche se non è certo un'opera d'arte. i passi ricalcano quelli di 15 anni fa, meccanicamente. metro dopo metro mi sovviene tutto quel che ho delibato al tramonto della mia prima vita. come se l'avessi fatto ieri. le strisce pedonali, il viottolo, il semaforo, il teatro, l'albergo pieno di cinesi sempre uguali e sempre diversi, i bar, la sede staccata, la libreria, la caserma. l'università cattolica. ci entro illudendomi di essere ancora uno studente, come se fossi credibile. come se fossi lì per me, per aprirmi un domani, e non per accompagnare mia sorella che oggi si laurea. i chiostri. le bacheche. un augusto formicaio che si riempie di promettenti formiche. le grandi scalinate austere, da convento qual era prima di diventare casa del sapere. i corridoi, gli ugelli che danno sui giardini. in basso c'è una scolaresca in visita: monelli delle elementari, la maestra non li sa tenere a bada. l'aula gemelli, dove feci i primi due esami. rivedo luoghi amati e nella mia mente scorrono volti amati. chissà dove sono gli altri, quelli che a un certo punto hanno continuato senza di me. c'è eccitazione, frenesia. adrenalina. poi silenzio. è il momento. mia sorella fa un figurone: quando è sotto stress tira fuori risorse insospettate, in questo siamo uguali. forse solo in questo. accanto a me, papà e mamma sono come in apnea. anch'io lo sono, perchè anche se sono raffreddatissimo, in quel contesto non devo tossire: era il principale cruccio dei miei, pensa te che problemi. la discussione della tesi dura poco, i profani si stupiscono ma io no: so come vanno 'ste cose. due minuti, di nuovo dentro. proclamazione. 110 e lode. nel preciso istante in cui la presidente della commissione dice il voto, mi succede qualcosa che non sospettavo: sento gli occhi gonfiarsi, il cuore stringersi e poi dilatarsi. mi ripassa davanti il film del mio mai sopito dramma di universitario costretto alla resa. rivedo episodi, amarezze, sofferenze, speranze deluse. ricaccio indietro i perchè mai soddisfatti. cerco di trattenere tutto. appena fuori, abbraccio mia sorella e poi mi tiro in disparte. mi sfogo. piango. è come se si chiudesse un cerchio, come se un po' mi fossi laureato anch'io. piango e non voglio che mi veda nessuno, perchè agli occhi di quasi tutti quelli che stanno festeggiando la neo dottoressa io sarei il fratello burbero, e poi gli uomini non piangono. ma chi l'ha detto? ho i lucciconi anche adesso mentre scrivo.
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| eureka! |
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[charlie brown]
non ci posso credere . intirizzito dall'ennesima notte all'addiaccio, stamattina scopro che finalmente iobloggo funzia e dunque posso rimetter piede nella mia casa virtuale. intanto ringrazio francifra perchè nell'emergenza mi ha concesso una branda, purtroppo anche quella virtuale . sono a casa in malattia. non sto tanto male: però ho una gola di un colore indefinibile, tra il paonazzo e il livido, che mi fa un male bestia. ho la voce ai minimi storici, meno male che non ho radiocronache da fare. ho una tosse che ora va calando, ma che nelle notti scorse mi ha intralciato non poco un sonno da cristiani. colpa della mia collega dirimpettaia, che nonostante macumbe sparse ha trovato ilmodo di ungermi a dovere nella settimana in cui ha sparso germi a profusione. adesso lei è sana e il resto della ciurma scaracchia. complimenti. il medico m'ha detto: ti darei l'antibiotico. e io: direi di sì. ha aggiunto: vuoi i giorni? io: mah, non sono così conciato, ma se sono opportuni non è che ci sputo sopra... risultato: malattia fino a venerdì. quindi me ne sto riguardato. anche se ieri sera sono dovuto uscire un'oretta perchè avevano bisogno di me in palestra, per la squadra juniores. anche se domani mattina farò la levataccia e uscirò alle 7, perchè è il gran giorno della laurea di mia sorella: la famiglia al completo fa la pendolare e va a milano. ora, non che tra me e lei ci sia del tenero, tutt'altro. però la laurea è la laurea. domani tutti cheese e strette di mano, dopodomani di nuovo estranei sotto il medesimo tetto. per poco, però. la tipa a fine mese - se ho ben capito: non capisco mai molto di ciò che riguarda mia sorella - piglia su le sue robe e va 6 mesi in australia a fare uno stage. ai miei tempi (frittole quasi millecinque) erasmus era una novità balzana e ancora embrionale, oggi succedono 'ste cose come niente. mamma, la prossima volta fammi nascere un po' dopo.
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| in breve |
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[charlie brown]
mi tocca essere rapido, perchè devo uscire. butto lì quattro cose, ci tornerò su a dovere. 1) accidenti a iobloggo e ai suoi server. in questi giorni è stata una traggggedia, la sagra del moccolo informatico in tutte le lingue mediterranee. non si riusciva a fare un tubo. non è un bel servizio, nonnonnò.  2) oggi mia nonna compie 90 anni. potrei scrivere un libro su di lei. il rischio è di cadere nell'agiografia e nella retorica. mi limito a dirle che le voglio bene ed è la persona più generosa che abbia mai incontrato.  3) ieri sera a milano mi son gustato il concerto della pausini. ebbene sì, sono un pausiniano doc. lo so, è tettona (è un difetto?) e culona (sì, è un difetto), non ha fatto canzoni imperiture: ma l'adoro fin dagli esordi, una dozzina d'anni fa. alcuni suoi brani sono stati colonne sonore anche delle mie piccole storie. mi piace come cantante, come persona e come donna. è stata un'esibizione come si deve.  4) lavatrice, aspirapolvere, microonde, lenzuola, posaterie. la mia "lista single" procede. due mesi e mezzo all'alba. 
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| origini |
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[woodstock]
tra due mesi e mezzo, a fine aprile, mi daranno le chiavi della casa nuova. c'è gente che vive allo stadio seminomade: nella mia vita, invece, è appena il secondo trasloco. anche il primo, curiosamente, avvenne a fine aprile: era il 1976 e lasciavamo il paesino per andare in città, dall'altra parte del lago. non festeggerò il trentesimo di permanenza qui, dunque: mi fermerò a 29 anni, intensi e vissuti. mi spiacerà vedere meno le cose che qui mi sono sempre state familiari: ma ci sarà tempo e modo di tornarci su più avanti. il paesino, invece. non era niente di speciale, ma se ci penso lo incarto in quell'aura di fascino che accompagna ricordi un po' favoleggiati. abitavamo in affitto al primo piano di un piccolo condominio decisamente anonimo, anzi direi proprio bruttino. da una parte la strada, dall'altra i prati coltivati a granoturco. la strada scendeva ripida e sinuosa verso il paese vicino e, in definitiva, verso il lago. non ricordo panorami particolari, perchè il nostro appartamento dava sul cortile a monte. le foto puntellano la memoria. in una razzolo per la sala austera e spoglia orgoglioso della formidabile automobilona da corsa radiocomandata (col filo) appena trovata sotto l'albero. il comando delle manopole è più grande di me e della macchina, ma per l'epoca era una chicca. nell'altra sorrido in braccio a papà in cucina. papà è come adesso, ha solo qualche chilo in meno e qualche capello in più: mi sorprendo sempre nel vedere come invecchia bene, ora che va per i 70 ma nessuno glieli dà. nella più interessante sono sul balcone, con in mano un pallone che mi nasconde per due terzi. un pallone di quelli che svolazzavano via senza costrutto a ogni calcio, di plastica leggera e impazzita: supertele, forse si chiamavano. dietro di me, sullo sfondo, il prato verde a riposo dopo il taglio delle pannocchie. basta. della casa in cui ho cominciato a camminare ho solo questo. del paese ho flash estemporanei. la strada principale, che lo tagliava a metà, lastricata di portoni massicci, cortili e case di ringhiera: impossibile capire dove cominciava e dove finiva. l'asilo, dove comandava una suora enorme e tremenda con la quale non legavo affatto. il falegname amico di mio padre, che aveva due figlie più o meno della mia età e stava in una casa spartana sopra il laboratorio. nell'anticamera del laboratorio teneva un eccezionale plastico con mille trenini in movimento, che attirava l'attenzione di ogni visitatore. quando mio padre mi regalò il mio primo cane, andammo da lui per fare la cuccia su misura: quel giorno è uno dei ricordi più dolci della mia infanzia. le chiacchiere insopportabili e incomprensibili delle comari. la chiesa, proprio all'imbocco della nostra via, con l'oratorio: lì sono stato battezzato, e ovviamente non me lo ricordo. gli amichetti. il marco stava nella villa accanto a casa mia. o meglio, nella dépendance: i suoi erano i custodi. l'agostino è il volto e il caso più nitido nella mia mente. la sua famiglia era numerosa e napoletana. abitavano in un'antica cascina diroccata di fronte alla chiesa, che ai suoi bei dì doveva essere spettacolare ma ormai era diventata fatiscente, pareva dovesse crollare da un momento all'altro. il loro appartamento era il più incredibile inno all'improvvisazione in cui mi sia mai imbattuto: niente porte, solo squallidi quadratoni di plastica tipo ospedale. niente ringhiere ai balconi, eppure mai nessuno era caduto giù nel marasma vociante dei bambini mai domi (sua mamma diceva che ci pensava qualche santo, forse era il mitico gennaro). andavamo a giocare in quel cortile. l'agostino, insomma, viveva in un tugurio: però mi viene ancora da ridere (di divertimento e di stupore) se penso che furono i primi, in tutto il paese, ad avere una televisione a colori. pian piano se ne andarono tutti, perchè il paesino non dava sbocchi ed era scomodo. il sabato e/o la domenica io e mamma prendevamo il pullman blu e venivamo dai nonni, in città, dove abitiamo adesso. ricordo l'incedere lento e pachidermico dei bus, il respiro affannoso e velenoso dei loro scarichi nerissimi. ricordo che mamma non ne poteva più, si sentiva oppressa da un ambiente chiuso fatto di gente che, dice lei ancora oggi, si accontentava di un minimalismo anonimo e provinciale, fissava il proprio orticello brullo senza alzare mai lo sguardo al cielo né volgerlo all'orizzonte. così quando mio nonno morì, e mia nonna provvidenzialmente chiese se volevamo andare a stare con lei, non ci si pensò un istante. il giorno del trasloco nevicava. il camion stracolmo e scoperto (chi poteva prevedere la neve a primavera?) faceva avanti e indietro con le nostre cose. ricordo precisamente che all'ultimo viaggio salii in cabina e vidi il paesaggio di sempre, varese circondata dai monti e sdraiata sul lago, come un quadro abituale nel quale stavolta sarei entrato, come se un pittore eccentrico avesse intinto il pennello sulla mia persona. siccome preferisco ricordare piuttosto che dimenticare, a costo di provare emozioni e delusioni, anni dopo sono tornato a rivedere quei luoghi. ho lasciato la macchina davanti alla chiesa e ho passeggiato un po' per le viuzze. la mia prima casa, risistemata e ritinteggiata. mi è sembrato di riconoscere il vicino coi baffi, invecchiato e incurvato, e lui dalla finestra m'ha squadrato incuriosito. non mi sono fermato a chiedergli di tornare indietro e raccontarmi cose che mi sono sfuggite: magari era una mia illusione che mi avesse ricollegato al bambino che vedeva ogni giorno. l'asilo coi giochi moderni, il bar dove papà comprava le sigarette. l'antica cascina ormai deserta che è un cantiere, stà a vedere che finalmente la sistemano. la casa del falegname, che forse è in pensione e chissà quante altre cucce ha costruito. la strada immersa nel verde che finisce (o comincia? boh) nel paese vicino, dove nella bella stagione andavamo a fare le passeggiate con l'asilo, in fila per due e marsch. i boschi in cui si raccoglievano le castagne. è la mia prima infanzia: quel posto fa parte di me, della mia piccola storia di uomo. se un giorno avrò dei figli, li porterò a vederlo, anche se non è niente di speciale. 
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| stand up, speak up |
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[linus]
il razzismo è una piaga sociale dura a morire. combatterlo è un dovere civile. i calciatori sono tra le persone più boriose e viziate, tra i testimonial più seguiti e ascoltati. stavolta alcuni campioni di vari paesi fanno una campagna meritoria: comprate anche voi il bracciale che vedete nell'immagine. lo trovate da ieri nei negozi di articoli sportivi e negli store ufficiale nike. lo pagate quel che volete: un'offerta da 2 euro in su, che andrà a sostenere campagne educative su questo tema in tutta europa. poi, siamo d'accordo che la nike non è il massimo della vita per chi nel suo piccolo vuol dire no alle ingiustizie. però turiamoci il naso a fin di bene. 
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| serendipity |
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[charlie brown]
non so se voi credete alle coincidenze. io sì, anche se le chiamo con un altro nome e penso che agiscano in un certo modo. le chiamo con un altro nome perchè ho la fede, anche se non sono così animista da pensare che davvero lassù abbiano il tempo di decidere anche le nostre meschine stronzatine quotidiane. penso che il loro effetto sulla nostra vita dipenda da noi, da come reagiamo e usiamo le cose che accadono. però alle volte le coincidenze sono così clamorose da lasciarci basiti. sto per raccontarne una, successa oggi. cercherò di prenderla abbastanza alla lontana da disegnare bene lo scenario, ma abbastanza da vicino da non far crescere la barba anche alle fanciulle. dunque. per abitudine, in tutte le cose che faccio, in tutti i rapporti che ho con altri individui, cerco di guardare prima la persona, poi quello che fa. perchè più di quel che facciamo, conta quel che siamo: l'azione è la conseguenza dell'anima. di solito scelgo istintivamente le persone di cui fidarmi, con cui andare al di là delle frasi di circostanza. e di solito non sbaglio, perchè per fortuna ho un certo fiuto nel guardare dentro gli altri. vale anche per i collaboratori del mio giornale. l'interlocuzione pressochè quotidiana e la mia allergia alla superficialità fanno sì che il più delle volte si vada oltre il mero rapporto professionale. se non si diventa amici, che amici è sempre una parola forte, si diventa quantomeno complici. tra questi collaboratori da qualche tempo c'è a. è una ragazza particolare, un po' fuori in senso buono, che mi ha ispirato simpatia fin da subito. le trovo un solo orribile difetto: fuma, e io detesto il fumo. per il resto, avete presente le persone con cui si sente un feeling spontaneo? ecco, così. oggi parlo al telefono con a., per la solita "lista della spesa" degli articoli da fare. facciamo la solita delirante chiacchierata. a fine chiamata butta lì che sta smanettando su internet. io, colto da una delle mie temutissime estemporanee ispirazioni, le dico: ti do un link, dagli un occhio se ti va, il link è quello del mio blog. non voglio che colleghi e capo capitino qua, ma mi fido di lei: a mio giudizio ho abbastanza elementi per andar tranquillo. la lascio con una battuta (abbiamo la stessa visione ironica e disincantata della vita, oltre a fratellame fetente e routine familiari soffocanti da cui aneliamo a fuggire) e lei mi fa: ci sarà da ridere. mezz'ora dopo mi arriva una mail. è a.: parla di coincidenze pazzesche, mi dà un link e a momenti mi chiede scusa. non capisco, ma è una mia condizione naturale. clicco, vado, leggo. porca pupazza. è il suo blog, che tra l'altro è fatto benissimo. uno degli ultimi post parla di me, e il fatto che ne parli bene dimostra che nel weekend la ragassuola ha di nuovo esagerato con l'alcol. l'ha scritto ieri, subito dopo essere capitata per puro caso proprio qui, sul mio blog. si sentiva un po' in colpa per aver violato la mia privacy, ma figurarsi: mi ha fatto solo piacere. so che mi posso fidare di lei. ho la netta sensazione di aver trovato una vera amica in più. inoltre, adoro bridget jones e anche quella gran topa di renée zellweger. o forse amo bridget proprio per merito di q.g.t. di r.z., boh. insomma, c'è davvero da ridere. potrei anche ringraziare iobloggo, perchè a. è arrivata qui con la ricerca casuale, pensa te la coincidenza. ma non lo faccio, perchè il disgraziatissimo server dalle movenze bradipiche mi ha fatto perdere dieci anni di vita per scrivere questo post. morale,per dirla con a.: il blog lo legga chi vuole, ma non il mio capo! (che adesso licenziano anche per questo: dove siamo arrivati, porco silvio)
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| rive gauche |
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[linus]
si è concluso oggi il congresso ds. chi mi conosce sa che voto, ho votato e voterò sempre a sinistra. però questo non vuol dire che accetti supinamente certe situazioni. per esempio, quando vedo d'alema portato in trionfo, lui che è stato il principale eversore del governo prodi, mi viene l'orticaria. oh sì, predica straordinariamente bene, baffino: ma quando deve razzolare è una pena. mi sconsola vedere che dalle parti dell'ulivo, su quel che resta della pianta promettente assassinata dai suoi stessi giardinieri, ci sono sempre mille voci pronte a fare diecimila distinguo. mi deprime sapere che mentre il peggior governo della nostra storia repubblicana fa danni che sarà difficile riparare, istigando all'illegalità, impedendo ai giudici di imporre la giustizia, agevolando furberie di ogni genere, usando i servizi pubblici per interessi privati, l'opposizione fa filosofia, un esercizio sterile del quale all'elettore medio non può fregare di meno. mi demoralizza verificare ogni volta che non sono gli altri a vincere, ma siamo noi a perdere su autogol. e dire che non dovrebbe essere difficile mettere alla berlina un governo che conta balle spaziali a raffica. succede perchè, mentre di là c'è un capo riconosciuto al quale tutti sono fedeli altrimenti la baracca salta (uno in particolare, follini, ha una routine impressionante: un giorno strepita e il giorno dopo cala le braghe), di qua purtroppo ci sono personaggi squallidi che preferiscono essere reucci di un piccolo partito piuttosto che membri un po' in disparte di una grande coalizione. scommettiamo che anche al prossimo giro prodi sarà fatto fuori dai suoi? aveva e ha ragione moretti: con questi qua non si va da nessuna parte, perchè sono un'orgogliosa oligarchia perdente e autoreferenziale. io li voto, claro, ma ci credo poco. spero di sbagliarmi, of course.
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| incontri casuali |
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[pig-pen]
t'ho vista per strada. ero fermo al semaforo, maledetta città intasata che al sabato non ci si muove neanche per sbaglio. ne ho avuto di tempo per osservarti attraverso i finestrini: al verde si arrancava come al rosso. viso snello, ovale, carino, acqua e sapone. incorniciato da capelli scuri, lunghi, lisci, la frangetta tagliata il giusto. gli occhi nerissimi, vivaci, intelligenti, un po' stressati come tutti noi in questo budello trepidante che inspira rassegnazione ed espira benzene coi polmoni malati di una pazienza agli sgoccioli. t'ho vista, le mani nervose sul volante sportivo. ti giravi ora a destra, ora a sinistra. no, non cercavi una via d'uscita, semplicemente perchè comunque non c'era. avevi un giaccone elegante, casual ma elegante, con la sciarpa leggera avvolta attorno al bavero. ho immaginato la tua quotidianità, mentre smoccolavo in aramaico con quell'idiota davanti a me che m'impediva di poter dire ecco mi sono mosso, forse è la volta buona. avevi un'aria borghese ma per nulla snob. secondo me sei una praticante in qualche studio professionale. probabilmente in macchina avevi un sacco di scartoffie, documenti da consegnare o da riportare, destinati a qualche grigio schedario, magari fondamentali per il domani di qualche altra persona. t'ho vista, forse tornavi in ufficio dopo un classico giro di commissioni. avevi fretta, e non eri l'unica. t'ho osservata per una breve eternità, eri davvero bella. forse avevi qualche chance di essere il mio tipo (ammesso che siano chances, queste). mi sarebbe piaciuto piantar lì la golf (tanto, anche col guidatore mica si sarebbe mossa facilmente), scendere e dirti ciao, se non sei di corsa e se ti va, vorrei offrirti qualcosa da bere. però diamine, ragazza carinissima del semaforo impossibile, tra le cose che avrei voluto sapere di te c'è anche questa che ti sto per dire. come si fa a impiegare una ventina di manovre (la maggior parte tecnicamente sbagliate, come direbbe la diab ) per parcheggiare malissimo in uno spazio abbondante questa macchina? 
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